Torre-di-donoratico-2010

La torre di Donoratico e il Conte Ugolino.

Percorrendo l’Aurelia vicino al comune di Castagneto Carducci, in provincia di Livorno, per un largo tratto della costa si possono ammirare i resti della Torre di Donoratico.

Sono i frammenti di un ‘antico castello medievale dei conti Della Gherardesca. La prima volta che si è menzionato risale al lontano 1176, ma già prima ci sono alcuni documenti che parlano o citano “domini de Donoratico”.
Sorge su una piccola altura di m. 179 di altitudine, con le pendici particolarmente ripide. Intorno al XII sembra che il castello appartenesse a un ramo dei conti Gherardeschi ed al monastero di S.Pietro in Palazzuolo. Nel XV secolo, il castello di Donoratico passa sotto il dominio fiorentino e per l’insediamento inizia la decadenza, a causa di una contesa tra i Della Gherardesca e Firenze. Fu distrutto definitivamente nel 1433 dal Re di Napoli Alfonso D’Aragona per porre sotto assedio Campiglia e Piombino.
Era munito di una duplice cinta di mura che racchiudeva un ripiano. Sopravvivono alcuni ruderi delle mura esterne (tra cui la porta a sud ovest) e della torre. Di quest’ultima si conservano ancora il lato ovest (con due finestre), parte del lato nord (dove rimane traccia del quadruplo ordine di aperture ad arco) ed il lato sud, addossato ad una torre più bassa e di epoca più recente. La più alta aveva quattro piani ed una cisterna, non pare avesse una porta di ingresso, ma all’altezza di circa tre metri dal piano, si trovava un’apertura a cui si accedeva da una scala mobile che, in caso di necessità, veniva ritirata. Sul fronte ovest della torre, nelle mura superstiti, si apre una porta ad arco a tutto sesto, sormontata dai resti di una scala, a sud est di nuovo i resti di una porta di accesso al castello. La torre fu ampiamente ristrutturata da Walfredo della Gherardesca, nel 1929. In quell’occasione il conte fece asportare alcune pietre dal castello di Donoratico per costruire la torre campanaria a fianco della chiesa di S. Lorenzo , a Castagneto Carducci. Circa 400 metri sotto la torre, lungo la strada di accesso, si trovano i resti di tombe etrusche scavante nella roccia e di più recenti necropoli.
Attorno a questi ruderi però aleggia la figura del Conte Ugolino della Gherardesca, nobile e politico italiano ghibellino (patteggiò per i guelfi) e comandante navale del XIII secolo.
Proprio qui aveva il suo feudo. Dante nella sua Divina Commedia, speculando sui fatti storici che videro Ugolino Podestà di Pisa, ne parla nel canto XXXIII dell’inferno, collocandolo nell’Antenora, ovvero il secondo girone dell’ultimo cerchio dell’Inferno, tra i traditori. QUi il Conte sconta la colpa di essere fuggito nella battaglia della Meloria che vide la sconfitta della flotta pisana.
Secondo la storia, in realtà Ugolino non tradì Pisa, ma fu solo copevole di errori militari manovrando le sue navi a difesa della bocca d’Arno, dove i genovesi ebbero la meglio facendo uscire allo scoperto una seconda flotta, inizialmente tenuta nascosta.
Questi fatti sono confermati dal fatto che il Conte Ugolino della Gherardesca continuò a esercitare i suoi poteri ancora per 5 anni dopo la Meloria. Fu una guerra politica, di potere tra le fazioni guelfe e ghibelline che portò Ugolino a morire di stenti nella torre dei Gualandi a Pisa. Anche l’episodio di Dante che lo descrive cannibale, cibandosi dei suoi figli per non morire di fame non ha basi storiche. Eppure, Dante, ci racconta dei prigionieri, di come morirono per inedia lentamente e tra atroci sofferenze, e prima di morire i figli di Ugolino lo pregarono di cibarsi delle loro carni. Nel poema, Ugolino afferma che più che il dolor poté il digiuno, con una doppia, ambigua interpretazione: in un caso, il conte ormai impazzito si ciba della progenie; nell’altro, resiste alla fame e lascia che sia la fame a dare il colpo di grazia a un uomo già distrutto dal dolore per la perdita dei figli.
La prima conclusione, la più terrificante e raccapricciante, fu quella che convinse maggiormente l’ampio pubblico della Commedia, almeno inizialmente: per questa ragione Ugolino è passato alla storia come il conte cannibale e viene spesso rappresentato con le dita delle mani strappate a morsi (“ambo le man per lo dolor mi morsi”, Inf XXXIII, 57). Studi più recenti, però, hanno portato gli studiosi ad optare per la seconda scelta, cioè quella secondo la quale il Conte sia morto per la fame che lo opprimeva da quasi una settimana. E gli studi delle ossa dei prigionieri, possono far pensare che il cannibalismo non sia mai accaduto. Ugolino appare nell’Inferno sia come un dannato che come un demone vendicatore, che affonda i denti per l’eternità nel capo dell’arcivescovo Ruggeri:
“La bocca sollevò dal fiero pasto
quel peccator, forbendola a’ capelli
del capo ch’elli avea di retro guasto.
La bocca alzò da quel pasto feroce
quel peccatore, e la pulì con i capelli
del capo che aveva roso nella parte posteriore.”

Secondo Dante, Ugolino aveva tramato contro la sua città e il suo partito, aiutando il genero Giovanni Visconti a instaurare a Pisa un governo guelfo. Dopo alterne vicende, nel 1288 il Conte Ugolino fu esiliato e accusato di tradimento dall’Arcivescovo Ruggieri, capo dei ghibellini pisani e a sua volta intrallazzatore politico senza scrupoli, e fu in seguito imprigionato nella Torre dei Gualandi con due figli e due nipoti, vittime innocenti; lì furono lasciati morire di fame.
“Come un poco di raggio si fu messo
nel doloroso carcere, e io scorsi
per quattro visi il mio aspetto stesso,
ambo le man per lo dolor mi morsi;
ed ei, pensando ch’io ‘l fessi per voglia
di manicar, di subito levorsi
e disser: “Padre, assai ci fia men doglia
se tu mangi di noi: tu ne vestisti
queste misere carni, e tu le spoglia”.
Queta’ mi allor per non farli più tristi;
lo dì e l’altro stemmo tutti muti;
ahi dura terra, perché non t’apristi?
Poscia che fummo al quarto dì venuti,
Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi,
dicendo: “Padre mio, ché non mi aiuti?”.
Quivi morì; e come tu mi vedi,
vid’io cascar li tre ad uno ad uno
tra ‘l quinto dì e ‘l sesto; ond’io mi diedi,
già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
e due dì li chiamai, poi che fur morti.
Poscia, più che ‘l dolor, poté ‘l digiuno”.
Quand’ebbe detto ciò, con li occhi torti
riprese ‘l teschio misero co’ denti,
che furo a l’osso, come d’un can, forti.
Ahi Pisa, vituperio de le genti
del bel paese là dove ‘l sì suona,
poi che i vicini a te punir son lenti,
muovasi la Capraia e la Gorgona,
e faccian siepe ad Arno in su la foce,
sì ch’elli annieghi in te ogne persona!
Ché se ‘l conte Ugolino aveva voce
d’aver tradita te de le castella,
non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.
Innocenti facea l’età novella,
novella Tebe, Uguiccione e ‘l Brigata
e li altri due che ‘l canto suso appella.”

Oltre cinque secoli dopo, nel 1867 sulla fine di Ugolino si apri una disputa letteraria scatenata da un “maggio” popolare drammatico che riprende l’oscura vicenda:
Vi consiglia a Gherardesca
Render tutti i suoi domini,
perché i popol Fiorentini
renda il vostro e via se n’esca.

Renato Fucini ribattè però, in difesa, con i seguenti versi perché non condivideva la figura del Conte così com’era stata descritta da Dante:

Ho letto anco la storia d’Ugolino.
Lì, poi, si butta a fa ‘troppo ‘r saccente
E da’ bottate all’uso fiorentino.
Tu sentissi che robba ‘mpeltinente!
O che ‘un s’è messo a di’, questo lecchino,
che Pisa é’r vituperio delle gente!

(omissis)

Dovevan dinni:-Voi siete un tegame:
levatevi di ‘vi, potete andare………-
e stiaffallo ‘n esiglio dar reame.
Ma una strage ‘osì, nun c’è memoria!
Che si ‘ ogliona! Un povero cristiano,
per avenne buscate alla Meloria,
giustizziallo a quer modo!

Giosuè Carducci, particolarmente legato ai territori maremmani, citò la Torre di Donoratico, possedimento del conte Ugolino, presso la quale si sarebbe rifugiato dopo la sconfitta. In modo più decoroso, anche se storicamente dubbio scrive nei versi della poesia Avanti! Avanti!, dando credito alla leggenda:
“Ricordi Populonia, e Roselle, e la fiera
Torre di Donoratico a la cui porta nera
Conte Ugolin bussò
Con lo scudo e con l’aquile a la Meloria infrante,
Il grand’elmo togliendosi da la fronte che Dante
Ne l’inferno ammirò?”

(Giosuè Carducci, Avanti! Avanti!)

Il conte, quindi, secondo Carducci, pur perdendo i tratti cannibaleschi, si ritrovò però accentuati quelli di traditore della patria che gli avevano causato la tristissima fine nella torre della Muta.
A parte il fatto che il conte sarebbe stato troppo incauto a fuggire proprio a Donoratico (da dove risultava assente da almeno venti anni), in questi versi è la torre stessa a ricomparire in veste tragica .
L’ immagine della torre e delle orde saracene che vi si avventavano dal mare, avidi di preda e di strage, fu ripresa da Antonino-Tringalli Casanuova, prima ancora della grande guerra, con questa cantata epica:
(omissis)

Al fitto rintoccar della Gherarda,
la campana maggior della gran torre,
le corti del castello in breve d’ora
rigurgitar di popolo minuto.
In mezzo a questo si fè strada il duce
Antonel Casanuova capitano
dell’armata di Pisa e così disse:
-Di farvi cuore no, non v’ha bisogno
ché il Genovese non vi fa paura
e noi ‘l ricaccerem,s’ei pure sbarchi,
di la dal mare alle sue strette valli:
Sassetta per stasera avrà mandato
settanta lance e artiglieria da corda,
San Vincenzo altrettanto e due galere.
Prima di sera tutti nel castello
Dentro la cinta con le vostre robe
Ché giù nel borgo solo le muraglie
Han da restare al sacco genovese.
Donoratico è forte e le sue mura
non cadranno se non per la vecchiaia
signori Genovesi e lo vedrete!-
Gran guardia in su la torre:i balestrieri
preparavan quadrella e manganetti
il torrigiano preparava i fuochi
che scagliarsi dovean sopra il nemico

(omissis)

La voce s’era sparsa pel castello
e dì là pel paese:un orror muto
teneva i cuori ed Antonello duce
chiamava all’armi tutti della terra.
Nel giorno istesso venner di Saletro,
di Bolgheri, Fontana e Segalari
armi ed armato:Donoratico era
irto di lame e preparato all’urto.

Nei movimenti artistici il dramma del Conte Ugolino venne rappresentato in sculture di apprezzata fattura, tra le quali il gruppo fatto eseguire nel 1922 dal Conte Walfredo e collocato nel cortile posteriore del Castello di Castagneto.

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