La trebbiatura…consuetudine di una festa toscana

trebbiatura

E’ innegabile che esiste una profonda correlazione, anzi un perfetto parallelismo fra le fasi di vita della pianta del grano e lo stato d’animo del coltivatore. Difatti, quando il contadino semina, è sereno e fiducioso: alla terra non affida solamente il seme, ma la sua fede ardente, la speranza più viva, i voti più fervidi del suo cuore.

Preoccupazioni per le malattie che spesso insidiano la salute e la robustezza dei seminati; ansie continue perchè non piove troppo; trepidazioni angosciose per una calura improvvisa che sbiadisce il verde intenso delle foglie e minaccia di seccare la spiga non ancora al giusto punto di maturazione; tuffi al cuore per un uragano che s’avvicina. E’ proprio questo il periodo nel quale il contadino fa l’esame di coscienza e si confessa a sè stesso mettendo a nudo tutti i peccati che sa di avere commesso in rapporto ai suoi campi di grano (affrettate e superficiali lavorazioni del terreno, avarizia nelle concimazioni, scarsa cura nella selezione del seme e nella sua disinfezione, testarda contrarietà nel seminare con generosa abbondanza, nel preferire una varietà diversa da quella che gli era stata consigliata, nel negare il sussidio di lavori colturali ai suoi seminati, ecc.).

Finalmente biondeggiano le spighe, i campi mollemente s’increspano ed ondeggiano alla carezza dei venti, le piante ingialliscono e si seccano. La morte è sempre una cosa triste, tanto più se l’agonia è lenta e la vita sfugge filo a filo. Ma quando muoiono le piante di grano, specie se lentamente, la loro fine è salutata dal canto allegro dei mietitori. Queste originalissime…. esequie funebri al grano, sono tanto più vivaci e scoppiettanti di ritornelli gioiosi, quanto più le manne, che la falce stacca dalla terra, sono pesanti. Ultimo atto conclusivo: la trebbiatura.

Fino alla prima guerra mondiale,la battitura del grano era effettuata a mano. Si utilizzavano, secondo le zone, diversi sistemi. Nel fiorentino il più diffuso era quello denominato a désco, cioè i mannelli venivano uno alla volta battuti con forza sopra un’asse inclinata; altrove come nelle zone della Lucchesia si usava il solo correggiato: i mannelli venivano battuti da due bastoni di differente lunghezza. In Lunigiana e in Garfagnana bovi e vacche o cavalli trascinavano una grossa pietra facendola ripetutamente passare sopra il grano steso sull’aia. Nei primi anni del ‘900 vennero introdotte nei possedimenti più importanti e soprattutto in Val di Chiana grandi trebbiatrici a vapore, ma la trebbiatura meccanica era ancora un’eccezione. La trebbiatrice però, anche se arrivata in ritardo, in Toscana si diffuse con rapidità ed in modo sempre più perfezionato dal progresso scientifico e tecnico.

Costruire un pagliaio richiedeva molta abilità poiché la paglia si doveva battere e calpestare con forche di legno. Innovazioni tecniche, quali l’abbinamento alla trebbiatrice di una scala aerea, permise di scaricare la paglia per mezzo di un nastro trasportatore. Nelle zone di maggior coltivazione si usava fare la pagliaia, cioè un pagliaio di maggiori dimensioni. Con il tempo le presse di paglia, a forma rettangolare, hanno preso il posto del pagliaio di lontana memoria. Il grano raccolto, in una regione come la Toscana, dove era diffusa la mezzadria, solo in minima parte andava al contadino. Dopo aver dato la metà del raccolto più il seme al padrone, era consuetudine che quel giorno fosse una continua questua da parte di rappresentanti dei diversi ordini religiosi e monastici presenti localmente. Nonostante ciò, il giorno della trebbiatura era un giorno speciale, quasi di festa.

Magnifica questa festa della trebbiatura, commovente come spettacolo di vittoriosa soggezione della terra genitrice alla volontà umana, simpatica ed interessante nel movimento, nel colore, negli aspetti folcloristici, nella intonazione di letizia che la ca¬ratterizza. Bisogna viverla, anche una sola volta. per sentirne tutto il fascino e tutta la bellezza. In un’aia dove si trebbia, male o bene che vada la raccolta, la musoneria è bandita e la maliconia non trova asilo. Si canta, si ride, si sta allegri, pur lavorando come schiavi, senza concedersi un momento di riposo.

La trebbiatura era un momento di grande festa in toscana, che richiedeva un mangiare particolarmente abbondante, considerato l’elevato numero di persone che si riunivano nelle varie aie in cui sostava la tribbiatrice.

La fatica sembrava alleviata dalla presenza di tanti contadini che si aiutavano a vicenda e da tante massaie dedite a preparare colazione, pranzo e magari anche la cena, particolarmente ricchi per l’occasione. Affettati, “pan molle” e qualche possibile dolcetto per colazione ; “ocio” , “nane”o polli arrosto, pasta al sugo di carne per pranzo ed infine a cena, minestra in brodo accompagnata da carne di pollo o di “ocio” lessata. Il tutto annaffiato da vino e acqua a volontà. La mensa veniva imbandita, in genere, sotto la loggia ed era costituita da una lunga tavola formata con bigonci rovesciati ed allineati. Fatta la divisione del raccolto, il contadino caricava a spalla le balle di grano e depositandole nel granaio compiva l’ultima fatica relativa alla trebbiatura di quell’anno.

<<Per la colazione, verso le 8 di mattina dopo 3 ore di lavoro, sotto il tettuccio dell’aia sono apparecchiate due lunghe tovaglie di bucato, che non dureranno a lungo, fiancheggiate da tute le panche racimolate e le sedie. Per un po’ c’è un gran fracasso..ma dopo diventa rumore di mascelle. Le donne e le ragazze giravano intorno a riempire i piatti, attente che nessuno abbia un pezzetto in più del vicino. Il menù della trebbiatura era pressoché invariabile. Si ammazza un agnello, che data l’epoca è una mezza pecora, e lo si suddivide in almeno due pasti. In genere la prima colazione si suddivide in crocchette di patate e agnello in umido… A mezzogiorno la sosta per il pranzo segue l’identico ritmo della mattina, a parte la maggior durata del’interruzione. Da mangiare c’è sempre la pasta fatta in casa,l’agnello arrosto con patate e enormi quantità di pane fatto in casa. Per chi ha ancora fame gira la forma di pecorino. Mai frutta. Verso le cinque del pomeriggio è l’ora della merenda, detta merendino. Questa viene portata sull’aia dalle ragazze, con una sola donna per sorvegliare. E’ quindi un’occasione meravigliosa per trovarsi fra ragazzi e ragazze, per avviare o confermare gli amoretti. In genere si mangia pane e prosciutto, formaggio, melone e vino naturalmente. La giornata di lavoro dura finché c’è un barlume di luce. Quando poi c’è un’aia da finire non è raro veder lavorare ancora al chiaro di luna, se c’è oppure alla luce dei fari del trattore.>> Questa storia è narrata da una signora ricca proprietaria dell’epoca, quindi il cibo era prevalentemente a base di carne. Però c’è da dire che dovunque sostasse la trebbiatrice le massaie cercavano di fare bella figura con quello che potevano. Magari risparmiavano sulla carne e si sbizzarrivano con le verdure in umido, zuppe di pane, frittate, patate, fagioli in umido con la salvia, cavolo verza crudo condito con olio e sale…

Alla fine di ogni pasto c’è sempre chi intona una canzone campagnola seguita dal coro degli altri trebbiatori. Canzoni spesso vivaci e festose, qualche volta nostalgiche, sempre però fresche d’ingenua ispirazione e ricche di sentimento. I brutti motivi delle canzoni moderne di città non trovano simpatia nelle campagne.

La sera per cena, brodo o minestrone di magro, comunque minestre liquide e calde per permettere a posto lo stomaco dopo un giorno di fatica estenuante.

Anima cristallina e cuore generoso, nel suo canto d’amore, esprime l’onestà di un sentimento che si colora e si profuma della santità della famiglia: A tarda ora, quando i canti si spengono nella stanchezza, e gli uomini cercano nel sonno ristoro alla fatica di un’operosa giornata, non è difficile trovare sull’aia qualche giovane coppia di contadini che indugia e parla con tono sommesso, quasi per non turbare la dolce serenità della notte. Sono parole di promessa, espressioni sussurrate con un soffio di voce malgrado il tumulto dei cuori, impetuosi richiami di vita. Un altr’anno, a tempo di trebbia, forse il canto di quelle anime sarà rallegrato dal sorriso di un bimbo.

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